Moschea di Marrakech, la Koutoubia

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Koutoubia, la Moschea di Marrakech ©  Andrea Lessona

Koutoubia, la Moschea di Marrakech © Andrea Lessona

Dal minareto della moschea di Marrakech, la voce del muezzin si propaga come un’onda nel cielo mare della città rosa: urla l’adhan, il richiamo alle salah, le cinque preghiere musulmane giornaliere.

Seguo la melodia scandita a sillabe di un capitolo del Corano, la sura. Lascio piazza Jemaa El Fna, attraverso l’asfalto di bitume e motorette, e arrivo dall’altra parte della strada. Cammino sul piazzale, ed entro nell’ombra obliqua della torre quadrata della Koutoubia.

Da qua sotto guardo il profilo di arenaria rosata nascondere l’orizzonte. In cima, intuisco la cupola della moschea di Marrakech su cui svettano tre palle di rame dorato. Catturano i raggi del sole e li riflettono nel blu come un caleidoscopio.

Una leggenda sostiene che vennero create fondendo i gioielli della moglie di Yacoub-el-Mansour, colpevole di aver infranto il digiuno del Ramadan. Fu il marito che terminò di costruire l’edificio, iniziato da Abd el-Moumen nel XII Secolo. Un’altra leggenda racconta che le tre sfere siano protette da geni (jin in arabo) e chiunque tenti di rubarle patirà gravi sventure.

Il mio sguardo scivola sui 70 metri di altezza del minareto della moschea di Marrakech dove una volta, lungo i quattro lati di 12,5 metri, dipinti e decori differenti a zellij erano incisi sulla pietra rosa di Gueliz. Oggi, dopo i lavori di restauro degli Anni ’90, la torre è tornata a vestire il suo abito originale che ne esalta il fascino.

L’armonica proporzione tra la larghezza e l’altezza è un capolavoro dell’arte ispano-moresca. Tanto che l’edificio fu ispiratore e prototipo architettonico della Giralda di Siviglia e della Tour Hassan di Rabat.

Lascio la sua ombra, e cammino verso l’ingresso della moschea di Marrakech. Cerco di portarla via in uno scatto, attento a non inquadrare i fedeli che, toltisi le scarpe, superano la pesante porta in legno dell’entrata. Molti musulmani credono che gli esseri umani siano fatti a immagine di Dio, e catturare il suo riflesso in una fotografia è un peccato di superbia.

Passo davanti alle mura e a un uomo che vende bibite imbottigliate: fissa il mio obiettivo appeso al collo, in uno sguardo ammonitore. Proseguo sospinto da un vento caldo, soffiato da un arco incavato nelle mura rosa, e mi avvicino ai giardini intorno alla Koutoubia.

Negatami l’entrata perché infedele, non mi resta che il verde rigoglioso di alberi d’arancia: i frutti del giardino intorno sono enormi, simili a cocomeri. Guardo la moschea di Marrakech dalla loro prospettiva e immagino il passato quando nel suo perimetro, il sultano Yacoub-el-Mansour radunò cento librai.

Fu il loro mestiere a dare nome all’edificio che significa infatti la moschea dei librai. Qui, tra il XII e XIII secolo sorsero botteghe di manoscritti antichi che circondavano le sedici navate e una mediana più larga da cui è sormontata la struttura.

L’ornamentazione almoravide e il decoro andaluso fanno risaltare la purezza delle linee, creando così un capolavoro dell’arte almohade. Eppure quella che ho davanti è la seconda moschea di Marrakech. La storia racconta che una prima venne costruita dopo il 1147 e poi abbattuta perché mal orientata verso la Mecca.

Lascio i giardini e ripasso davanti all’entrata di Koutoubia: il mormorio dei fedeli in preghiera esce sopito dalla grande porta in legno.

Per approfondire:
Wikipedia

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