Piazza di Marrakech, Djemaa El Fna

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Incantatore di serpenti sulla piazza di Marrakech © Andrea Lessona

Incantatore di serpenti sulla piazza di Marrakech © Andrea Lessona

Labbra socchiuse soffiano magia, e incantano il serpente. Dritto e immobile nel suo nero più del nero, il cobra fissa ipnotizzato l’ammaestratore. Un nuovo soffio, e il rettile si riavvolge sull’asfalto bollente di Djemaa El Fna, la piazza di Marrakech.

Pago dieci Dirham per portare via in uno scatto uno spettacolo che qui nella Medina, cuore della Città Vecchia, è esistenza quotidiana di umanità variopinta. La incontro ovunque camminando questo girone dal caldo infernale: colori intensi come il cielo meravigliano i miei occhi, li invadano insistenti, e ne rapiscono lo sguardo.

A ogni passo sulla piazza di Marrakech, danzatori, cantastorie, musicisti mi chiedono denaro per esibirsi: perché l’arte ha un prezzo, “e io bisogna mangiare” mi dice nel “suo” italiano uno dei tanti che fa del contrattare una tradizione tipica del luogo.

Djemaa El Fna è un proscenio in cui va in scena la vita, la storia e la cultura di un popolo. Non è solo un incrocio di due elle di cemento, calpestate ogni giorno da artisti effervescenti e da turisti estasiati e imbarazzati, ma l’emblema di una delle più importanti città del Marocco. Per questo L’Unesco l’ha proclamata nel 2001 “Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità”.

La piazza di Marrakech è un frinire vociante di cicale ammaliatrici: ognuno ad attirare l’attenzione. Come l’uomo anziano seduto a terra che, per un Dirham gettato nel suo cappello di paglia, mi intona una litania sfregando il violino antiquato: la musica si confonde con gli zufoli vicini, accompagnati dal tramestio sincopato di tamburi dalla pelle di capra che fanno danzare scimmie ammaestrate.

Suonatori di tamburi sulla piazza di Marrakech © Andrea Lessona

Suonatori di tamburi sulla piazza di Marrakech © Andrea Lessona

Poco più in là, una donna dipinge di henné la pelle diafana a una bambina bionda: un ricordo africano tatuato da portare domani in Europa. “No, niente foto. Pagare, pagare”. E così dirigo lo sguardo e la sete verso le bancarelle di Djemaa El Fna che vendono succhi d’arancia: vengono spremuti da frutti enormi, grossi come un cocomero. Appena dopo, un uomo ha disteso nel suo spazio immaginario, l’halqa, un semicerchio di bevande confezionate.

Cerco l’ombra che qualcuno si è fatto da sé, portando un ombrellone sotto cui si ripara, distendendosi su tappeti maestosi. “Piace? Compare, comprare”. Non cedo all’insistenza che mi segue come i raggi del sole sulla piazza di Marrakech, e proseguo dove una fila disordinata di carrozze aspetta i viaggiatori per un viaggio ne “La Place”.

Qui, dove le palme danno un po’ di ristoro a Djemaa El Fna, i vetturini si dividono i clienti e i loro soldi. Ognuno a offrire il prezzo migliore per un giro trainato da cavalli imbellettati di piume. Trottano stanchi nella calura del pomeriggio, mentre un fabbro improvvisato ripara le loro scarpe di ferro. Le piega sul fuoco e poi le batte sino a renderle della giusta misura.

Ormai sono arrivato alla fine della piazza di Marrakech. Dall’altra parte della strada, divisa dal bitume brulicante di auto e motorette su cui viaggiano sempre due persone, vedo alzarsi nel cielo blu trasparente l’imponente minareto annesso alla Moschea Koutoubia. Con i suoi settanta metri, è l’edificio più alto di Marrakech.

Torno sui miei passi verso dove il sole si allarga come un lampadario fluorescente e illumina il cuore largo di Jemaa El Fna. Cerco di evitare con garbo nuove richieste che questa volta mi vengono da dentisti improvvisati. Per convincermi mi mostrano barattoli pieni di denti estratti, simbolo della loro abilità.

Sorrido, a bocca chiusa, pensando che in questo anfiteatro dove oggi si estraggono canini, ieri si tagliavano teste. Il nome della piazza di Marrakech infatti significa “raduno dei morti”. Intorno al 1050, i condannati venivano portati in questo luogo per essere giustiziati. I loro capi divelti dal corpo erano lasciati in mostra come memento per gli altri.

Alzo gli occhi verso gli edifici che cingono il catino colorato: Il Cafè della Francia, il Cafè Argana, il Cafè Ghiacciaio hanno terrazze arabe da cui godere lo spettacolo che io vivo da qui. Getto un ultimo sguardo su Djemaa El Fna, poi entro nei souk.

Per approfondire:
Wikipedia

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