Souk di Marrakech, cuore della Medina

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I souk di Marrakech © Anna Maspero

I souk di Marrakech © Anna Maspero

Il raglio di un’ombra veloce mi spinge contro il muro. La vedo correre via mentre mi passa a fianco: ho appena schivato un carretto trainato da un asino. Uno dei tanti che al grido di “Balek!” attraversano i souk di Marrakech.

E’ l’espressione urlata dai conducenti o dai passanti per avvisarti del “pericolo”: l’ho dovuta imparare presto. Sin da quando ho iniziato a girare per questo dedalo di vie e incroci infiniti.

Qui, nel cuore mercantile della Città Rosa, ho sfidato il mio senso dell’orientamento. E ho perso, perdendolo. Impossibile districarsi tra i tremila vicoli tortuosi, i derb, in cui gli edifici si rubano l’aria dagli odori intensi.

Anche il sole filtra appena: i suoi raggi passano le fronde di palma tra una casa e l’altra, e raggiungono fini l’asfalto stretto. E’ su questo cemento scrostato che una fiumana di gente cammina in cerca di un ninnolo da strappare alla contrattazione sfinente dei mercanti.

E prova a non farsi travolgere dalle vespe cariche di arance grosse come meloni, o dai carri dipinti con simboli portafortuna tirati dagli asini col manto spelacchiato. Sono loro che spostano le merci da un negozio all’altro.

Negozi di ogni tipo con proprietari ammaliatori, appostati sul bordo della strada per catturare la tua attenzione e portarti dentro per mostrarti ogni ben di Dio: “Tutto originale, tutto garantito”.

E’ successo anche a me appena lasciata piazza Jeema El Fna. Alla prima deviazione mi sono trovato immerso in questo calderone dall’aroma e dai sapori forti, capaci di penetrami le narici, scivolarmi in gola, irritarmi lo stomaco.

I souk di Marrakech sono così: si avvinghiano a te e ti risucchiano nelle loro viscere. Ogni metro è un tentativo vano di resistere all’insistenza. Cui cedo per scoprire gli antichi mestieri e ammirare i manufatti ostentati.

Uno mi viene appeso al collo, spacciato per originale Tuareg. Un pendente di finto argento, simile a una alabarda in miniatura, con un laccio di cuoio. Dopo mezz’ora di rilanci e ribassi nel negozio di un giovane marocchino, lo porto via insieme al sapore dolce del tè alla menta. Elemento essenziale durante una contrattazione.

Poi, cartina alla mano, cerco di dare un senso e uno scopo al mio vagare naufrago tra i marosi colorati dei derb. E arrivo dove le scintille vorticano nell’ombra: un uomo mola i pezzi di una vecchia bicicletta da cui nascerà una lanterna. Dovrei essere nell’Haddadine, il souk dei fabbri.

Più in là c’è quello dei costruttori di strumenti musicali, il Kimakhine: un liutaio soffia note incantatrici mentre prova la sua nuova creatura. Quando la musica finisce cerco una nuova via e nuovi colori che incontro a Sebbaghine, il souk dei tintori.

Qui la lana dipinta di zafferano e vermiglio rilascia odori intensi: servirà per tessere i famosi tappeti marocchini, originati dalle mani esperte di donne sedute ai filari. Ore e ore passate a lavorare secondo l’antico sapere berbero. Disegni intarsiati che ricordano i simboli e l’orgoglio del popolo vissuto sulle montagne dell’Atlante.

E’ tradizione tramandata come nello Smata, il souk delle babbucce, e il Semmarine, quello del cuoio: è la zona tra il mercato coperto, il qissaria, dove gli artigiani creano le loro opere con tecniche ereditate dai loro trisavoli.

Sono veri e propri artisti che popolano la strada e ne fanno il loro palcoscenico quotidiano: uno spettacolo per gli occhi rapiti dal volteggiare di vecchi strumenti, usati leggeri come la matita di un disegnatore.

Lo incontro lì vicino, seduto sull’acciottolato, mentre schivo il raglio di un’ombra veloce che cerca di uscire dai souk di Marrakech.

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